Per prima cosa bisogna prendere atto che c’è una concreta difficoltà ad accedere all’Economia Solidale sia per le persone singole che per le realtà organizzate, oltre modo, molti GAS non si riconoscono come tali (non si rendono conto di fare parte dell’Economia Solidale) e qui c’è ancora un grosso lavoro di sensibilizzazione da svolgere.
Alcuni punti focali che si devono sempre tenere in considerazione sono:
Progettazione Partecipata: la logistica dell’Economia Solidale non può partire dall’alto con un processo Top-Down ma deve partire dalla base tramite un’armonizzazione di intenti tra produttori e consumatori; questo processo risulta estremamentte complesso per non dire difficile a causa della marcata differenza fra i diversi livelli di consapevolezza. Non è assolutamente sufficiente fare incontrare dei produttori in cerca di nuovi mercati per aumentare le prorie vendite e di consumatori, più o meno organizzati, che mirano sostenzialmente al risparmio, l’ES esprime molto di più… Tra produttori e consumatori vi deve essere sostanzialmente una pari dignità e i consumatori devono assumersi il nuovo ruolo di diventare dei CO-PRODUTTORI nel processo di governo del sistema. La forma dell’Impresa deve essere democratica e senza scopo di lucro, bisogna cioè considerare la LOGISTICA come un BENE COMUNE, il punto di partenza per tutti deve essere la responsabilizzazione sociale personale e di gruppo. Corresponsabilità: è necessario trovare forme di condivisione per gli “investimenti a rischio di impersa”, trovare un giusto equilibrio tra il pagamento dei servizi erogati (stipendi) ed il mutuo volontariato. Fondamentale è il prestare molta attenzione ai problemi dei produttori così come alle segnalazioni dei consumatori critici. Se vi sono elementi di ES che sono a disposizione me che si rivelano “inutili” non li si devono necessariamente usare solo perchè appartenenti all’ES, bisogna essere il più possibile concreti e razionali. Economia: la remunerazione del lavoro deve essere attuata in modo “paritario” e per fare ciò si dovrebbe tenere in considerazione come parametro di valutazione l’unita di misura TEMPO, da tenere anche presente quelli che sono i carichi familiari che le persone devono sostenere. Gli utili dovrebbero essere reinvestiti nell’impresa. Sobrietà: bisogna porre molta attenzione alla “deriva dei bisogni”, sia come singoli che come GAS (a me serve questo e quello…), l’obiettivo deve essere il Bene Comune e i bisogni reali; si deve essere molto vigili affinche non venga ricostituita la “logica del supermecato” (es. in prima fila le cose che si vogliono vendere di più e tutte le “subdole” azioni di marketing), è necessario ripartire da una domanda critica e consapevole. Collaborazione: serve la valorizzazione del dono, dello scambio, del lavoro anche se non c’è una vera e propria remunerazione in denaro. L’uso dell’informatica è fondamentale per facilitare le diverse forme di collaborazione e coordinamento. È fondamentale coltivare la “Cultura Collettiva” e ancor di più il rafforzamento della “Coesione Sociale”. Relazioni: Il prodotto principale dell’ES sono i “Beni Relazionali”, le relazioni. Fra i produttori si deve diffondere l’idea della cooperazione in sostituzione della competitività. Filiere corte: senza entrare in merito all’importanza e molteplici funzioni positive delle filiere corte qui si vuole mettere in luce la necessità di non arrivare a produrre l’accumulo di beni inutili e superflui. Gli eventuali surplus dovrebbero essere rapidamente ridistribuiti onde evitare inutili accumuli con aumento delle spese di stoccaggio e possibili ulteriori sprechi.
La necessità di affrontare l’argomento della PDO nasce da specifiche esigenze che nel tempo si sono andate via, via definendo sempre di più; fino agli anni ‘80 la fliera dal produttore al consumatore vederva diverse figure interessate (produttore, magazzino, grossista, dettagliante, consumatore) oggi tale filiera si è notevolmente semplificata e vede il predominio delle centrali distributive. È necessario avere una “visone multipolare” considerando anche i mercati contadini e l’agricoltura di prossimità, le botteghe ecosol, i negozi di vicinato e l’esistenza sempre più consistente di gruppi di consumatori organizzati e consapevoli come i GAS. Per far funzionare la PDO serve innanzitutto “semplicità”, cioè progetti tarati sulla realtà locale considerata e ponderati alle reali forze, devono anche essere pensati e messi in pratica progetti significativi e strategici che consentano di mutare sostanzialmente le “regole di mercato” secondo i parametri dell’ES. La Sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) di tali progetti deve essere un punto di forza immancabile e il carattere cooperativistico deve essere un valore distintivo con l’affermazione di un sistema di domanda qualificato (mutualistico, trasparetnte e reciproco).
Un primo esempio di organizzazione della PDO attivato nel DES del trentino è stata “Tra Passata e Futuro” nella quale sono state coinvolte circa 320 famiglie; il progetto si è sviluppato con la raccolta degli ordini di pomodori da passata nel mese di febbraio e le consegne da parte dei produttori dei quantitativi richiesti verso agosto (il primo anno 17 tonnellate, il secondo anno 22 tonnellate. Un punto focale è stato il tema del PREZZO GIUSTO, definire il prezzo giusto a febbraio non è semplice, c’è da prendere atto che i produttori hanno gosse difficoltà a definire il prezzo e il loro riferimento è quasi esclusivamente il mercato così che, i prezzi fatti a febbraio non corrispondono a quelli che ci sono ad agosto. Altro punto focale risiede nella difficoltà oggettiva di chiedere ai GAS di fare l’ordine sette mesi in anticipo. Anche la scelta dei produttori non è indifferente, se pur tutti biologici, i piccoli produttori e i “grossi” produttori hanno caratteristiche differenti con pregi e difetti. I grossi normalmente sono meglio organizzati e rispondono in maniera più adeguata alle esigenza delle filiere corte, il problema sono le consegne: una cosa è gestire 100 consegne da 100 Kg e un’altra 10 consegne da 1000 kg… Ci si è resi conto che la maggioranza dei produttori (99%) non riesce a garantire totalmente le consegne (tempi, quantità ecc.) e un intermediario che organizza il tutto si è reso necessario. La “funzione” della produzione spetta ovviamente al produttore mentre quella del trasporto può anche non essere di esclusiva competenza del produttore, l’inserimento di un trasportatore intermediario ovviamente produce una lievitazione del prezzo finale del prodotto ma spesso risolve molti problemi di “garanzia delle consegne”. La funzione di “costituzione della fiducia” viene attribuita, nel nostro caso, al produttore, proprio per il rapporto diretto con che si viene ad instaurare con il consumatore, diversamente da quello che accade quando il contatto diretto avviene solo tramite il negoziante (che si fa garante del produttore). Un’altra funzione importante è quella della promozione (comunicazione e intermediazione tra produttori e consumatori), è fondamentale in questo far sentire al consumatore che fa parte di un progetto. Ultima e non ultima funzione da considerare è quella del consumatore consapevole che non è come quella del consumatore che va al supermercato quando gli serve qualcosa, il consumatore critico e consapevole deve imparare a gestire le scorte e a prevedere con largo anticipo le necessità.
Una domanda riassume un’altro punto focale: se accade qualcosa (es. avversità metereologiche) e la produzione ordinata non arriva alla consegna, che cosa si fa? Chi si assume il rischio? In un giusto percorso di sviluppo sociale, inizialmente vi è da parte del produttore l’assunzione di tutti i rischi, in seguito (sensibilizzazione, miglioramento dell’organizzazione, nuovi accordi ecc.) anche gli eventuali intermediari e i consumatori consapevoli si dovrebbero assumere le proprie responsabilità su una parte del rischio che viene solidarmente ed equamente condiviso fra tutti.
Il buon funzionamento del sistema distributivo è di fondamentale importanza per la PDO; la presenza e il funzionamento assodato della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) è uno dei più grossi punti di criticità per tutti coloro che sono intenzionati a creare qualcosa di alternativo. Ci dobbiamo rendere conto, prima di tutto, che non esiste un unico modello vincente che sia genericamente proponibile; ogni realtà, filiera, località, cultura ecc. ha delle carattereristiche proprie che sono imprescindibili e devono essere tenute in considerazione.
Un primo passo importante è proprio quello di uscire dal MODELLO UNICO del sistema distributivo della GDO a partire dalle filiere, in particolare ci riferiamo alla necessità di creazione e coordimamento delle MICROFILIERE.
Perndiamo come esempio la filiera del tessile (es.progetto felpe GAS) e la necessità di collegare le attività dei confezionatori tessili con quelle dei produttori delle materie prime; in questo specifico caso le materie prime provengono dal commercio equo in quanto la produzione di fibre tessili in Italia non è assolutamente sviluppata.
I produttori di pomodori, bene o male, li possiamo trovare nei campi poco fuori della città, per i prodotti tessili non è così. I problemi delle FILIERE NON ALIMENTARI sono diversi da quelle alimentari, è necessario prendere in considerazione il fatto che i prodotti non alimentari devono rispondere ad esigenze di consumo notevolmente più complesse ad esempio l’IDENTITÀ (una felpa può piacere o non piacere e da una identità specifica a chi la indossa). Anche i LIVELLI DI CONSUMO sono ben diversi, come ad esempio il ciclo di vita di un prodotto. Per questi prodotti è necessario aggregare il più possibile la domanda (serve produrre degli stock consistenti) e questo richiede, tendenzialmente, un allargamento del concetto di territorialità e di prossimità. La MASSA CRITICA dei consumatori (GAS) è un parametro di fondamentale importanza cioè il numero di persone coinvolte, così anche la quantità di merce richiesta (LOTTI MINIMI), il coordinamento di una socio-territorialità allargata e la gestione degli stock. Come già detto in precedenza è necessario uscire dall’attuale logica della GDO e dei Marchi (i costi lievitano enormemente se c’è una “firma”), in particolare è necessario svincolarsi dalla LOGICA DEL TERZISTA (es. una azienda produce solo delle maniche, un’altra produce solo i bottoni ecc.); allo stesso tempo è necessario ritornare alla “logica imprenditoriale pura”, essere cioè imprenditori di se stessi rendendosi conto della complessità delle filiere considerate e della necessità di sfruttare al massimo la tecnologia disponibile.
Il valore aggiunto della distribuzione deve essere ridotto al minimo e le esternalità negative sono da contabilizzare il più possibile. Una necessità pratica è quella di uscire dal giogo della lobby dei trasportatori accorciando il più possibile le distanze “produzione-consumo”.
Un importante obiettivo di lungo periodo è quello di arrivare alla co-gestione della produzione, ad esempio arrivando all’autogestione delle fabbriche (es. in Argentina a seguito della crisi economica). Obiettivo di medio periodo è invece la sperimentazione del coordinamento delle funzioni strategiche ad esempio la produzione associata alla distribuzione.
Fra le varie componenti innovative nei processi logistici della PDO particolare interessanti sono: il prezzo sorgente, il prezzo trasparente e il prefinanziamento, il prezzo equo (come sono investiti gli utili), il “Km 0”, il “portafoglio equo” (potere di acquisto).
Il Prezzo sorgente viene associato al prezzo finale (sul prodotto abbiamo così due prezzi), ciò permette di individuare immediatamente qual’è stato il ricarico. Nel COSTO DEL LAVORO bisognerebbe tenere conto anche dei bisogni primari associati all’istruzione, all’alimentazione e alla sanità, ciò dovrebbe andare a sostituirsi all’utile. Altre parole chiave sono il Legame con il Territorio (locale, territoriale), l’autosussistenza e la rilocalizzazione.
Tramite la “logistica” è possibile superare la distanza geografica e quella temporale creando un nuovo equilibrio funzionale ai bisogni reali delle persone.
Nell’insieme dei mercati locali (cittadini e non) i consumatori si relazionano con i produttori in specifici luoghi, ma la relazione vi può essere sia perchè il consumatore va in azienda, sia con il processo contrario cioè il produttore fa le consegne a domicilio; la presenza dei GAS permette di ampliare e rendere più efficaci queste dinamiche di relazione. Immaginando l’insieme della PDO non è possibile ragionare solo in termini di produttori e GAS, il sistema di consumo e di produzione rappresentano un insieme complesso nel quale risulta emergente la realtà dei Distretti di Economia Solidale – DES. Ogni DES, congiuntamente ai GAS e ai produttori (ed eventualmente le Istituzioni Locali) si fanno garanti del funzionamento del sistema (selezione dei produttori, pianificazione e coordinamento, magazzinaggio ecc.) oltre che garanti dei prodotti (beni o servizi) immessi in tale sistema. Non bastano i consumatori critici e consapevoli, è necessario che critici e consapevoli lo siano anche i produttori e per arrivare a questo la struttura dei GAS non è sufficiente, serve arrivare ai Distretti: passare dalla logica dei GAS a quella dei DES è fondamentale.
Particolare importanza possono assumere nel contesto del DES le MONETE SOCIALI LOCALI COMPLEMENTARI, in specifico i Buoni Ambientali Locali Solidali (es. modello SCEC così come proposti dall’associazione Arcipelago Moneta). Tali strumenti rappresentano, per il sistema di funzionamento ideato, un primo passo verso un reddito di cittadinanza (sono distribuiti periodicamente in modo equo e gratuito e sono senza interessi), contribuiscono concretamente a produrre un “risparmio di reddito” in base al grado di acettazione e della capacità dei singoli di spenderli, rappresentano un patto sociale fra produttori e consumatori sancito a livello distrettuale (aumento della Coesione Sociale), contribuiscono ad aumentare la “competitività” di coloro che gli accettano in pagamento e fanno aumentare il “potere di acquisto” di coloro che li utilizzano, creano un sistema di fidelizzazione preferenziale per beni e servizi di interesse dell’ES, consentono di legare una parte della ricchezza prodotta in un dato territorio da una popolazione impedendone il prelevamento e lo spostamento verso altri luoghi e realtà, sviluppano una dimensione squisitamente locale, contrastano potentemente il sistema neoliberale senza creare grandi scompensi, rappresentano un primo passo verso una Sovranità e Sicurezza economica locale, consentono la rivitalizzazione dell’economia locale, sono utilizzabili come anticipazioni e per aiutare aziende e singoli cittadini in difficoltà (es. sovraindebitamento); i Buoni sociali appartenenti ad un DES rappresentano oltremodo una garanzia di qualità del processo produttivo, della qualità dei beni prodotti o servizi erogati.
Alcuni punti focali che si devono sempre tenere in considerazione sono:
Progettazione Partecipata: la logistica dell’Economia Solidale non può partire dall’alto con un processo Top-Down ma deve partire dalla base tramite un’armonizzazione di intenti tra produttori e consumatori; questo processo risulta estremamentte complesso per non dire difficile a causa della marcata differenza fra i diversi livelli di consapevolezza. Non è assolutamente sufficiente fare incontrare dei produttori in cerca di nuovi mercati per aumentare le prorie vendite e di consumatori, più o meno organizzati, che mirano sostenzialmente al risparmio, l’ES esprime molto di più… Tra produttori e consumatori vi deve essere sostanzialmente una pari dignità e i consumatori devono assumersi il nuovo ruolo di diventare dei CO-PRODUTTORI nel processo di governo del sistema. La forma dell’Impresa deve essere democratica e senza scopo di lucro, bisogna cioè considerare la LOGISTICA come un BENE COMUNE, il punto di partenza per tutti deve essere la responsabilizzazione sociale personale e di gruppo. Corresponsabilità: è necessario trovare forme di condivisione per gli “investimenti a rischio di impersa”, trovare un giusto equilibrio tra il pagamento dei servizi erogati (stipendi) ed il mutuo volontariato. Fondamentale è il prestare molta attenzione ai problemi dei produttori così come alle segnalazioni dei consumatori critici. Se vi sono elementi di ES che sono a disposizione me che si rivelano “inutili” non li si devono necessariamente usare solo perchè appartenenti all’ES, bisogna essere il più possibile concreti e razionali. Economia: la remunerazione del lavoro deve essere attuata in modo “paritario” e per fare ciò si dovrebbe tenere in considerazione come parametro di valutazione l’unita di misura TEMPO, da tenere anche presente quelli che sono i carichi familiari che le persone devono sostenere. Gli utili dovrebbero essere reinvestiti nell’impresa. Sobrietà: bisogna porre molta attenzione alla “deriva dei bisogni”, sia come singoli che come GAS (a me serve questo e quello…), l’obiettivo deve essere il Bene Comune e i bisogni reali; si deve essere molto vigili affinche non venga ricostituita la “logica del supermecato” (es. in prima fila le cose che si vogliono vendere di più e tutte le “subdole” azioni di marketing), è necessario ripartire da una domanda critica e consapevole. Collaborazione: serve la valorizzazione del dono, dello scambio, del lavoro anche se non c’è una vera e propria remunerazione in denaro. L’uso dell’informatica è fondamentale per facilitare le diverse forme di collaborazione e coordinamento. È fondamentale coltivare la “Cultura Collettiva” e ancor di più il rafforzamento della “Coesione Sociale”. Relazioni: Il prodotto principale dell’ES sono i “Beni Relazionali”, le relazioni. Fra i produttori si deve diffondere l’idea della cooperazione in sostituzione della competitività. Filiere corte: senza entrare in merito all’importanza e molteplici funzioni positive delle filiere corte qui si vuole mettere in luce la necessità di non arrivare a produrre l’accumulo di beni inutili e superflui. Gli eventuali surplus dovrebbero essere rapidamente ridistribuiti onde evitare inutili accumuli con aumento delle spese di stoccaggio e possibili ulteriori sprechi.
La necessità di affrontare l’argomento della PDO nasce da specifiche esigenze che nel tempo si sono andate via, via definendo sempre di più; fino agli anni ‘80 la fliera dal produttore al consumatore vederva diverse figure interessate (produttore, magazzino, grossista, dettagliante, consumatore) oggi tale filiera si è notevolmente semplificata e vede il predominio delle centrali distributive. È necessario avere una “visone multipolare” considerando anche i mercati contadini e l’agricoltura di prossimità, le botteghe ecosol, i negozi di vicinato e l’esistenza sempre più consistente di gruppi di consumatori organizzati e consapevoli come i GAS. Per far funzionare la PDO serve innanzitutto “semplicità”, cioè progetti tarati sulla realtà locale considerata e ponderati alle reali forze, devono anche essere pensati e messi in pratica progetti significativi e strategici che consentano di mutare sostanzialmente le “regole di mercato” secondo i parametri dell’ES. La Sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) di tali progetti deve essere un punto di forza immancabile e il carattere cooperativistico deve essere un valore distintivo con l’affermazione di un sistema di domanda qualificato (mutualistico, trasparetnte e reciproco).
Un primo esempio di organizzazione della PDO attivato nel DES del trentino è stata “Tra Passata e Futuro” nella quale sono state coinvolte circa 320 famiglie; il progetto si è sviluppato con la raccolta degli ordini di pomodori da passata nel mese di febbraio e le consegne da parte dei produttori dei quantitativi richiesti verso agosto (il primo anno 17 tonnellate, il secondo anno 22 tonnellate. Un punto focale è stato il tema del PREZZO GIUSTO, definire il prezzo giusto a febbraio non è semplice, c’è da prendere atto che i produttori hanno gosse difficoltà a definire il prezzo e il loro riferimento è quasi esclusivamente il mercato così che, i prezzi fatti a febbraio non corrispondono a quelli che ci sono ad agosto. Altro punto focale risiede nella difficoltà oggettiva di chiedere ai GAS di fare l’ordine sette mesi in anticipo. Anche la scelta dei produttori non è indifferente, se pur tutti biologici, i piccoli produttori e i “grossi” produttori hanno caratteristiche differenti con pregi e difetti. I grossi normalmente sono meglio organizzati e rispondono in maniera più adeguata alle esigenza delle filiere corte, il problema sono le consegne: una cosa è gestire 100 consegne da 100 Kg e un’altra 10 consegne da 1000 kg… Ci si è resi conto che la maggioranza dei produttori (99%) non riesce a garantire totalmente le consegne (tempi, quantità ecc.) e un intermediario che organizza il tutto si è reso necessario. La “funzione” della produzione spetta ovviamente al produttore mentre quella del trasporto può anche non essere di esclusiva competenza del produttore, l’inserimento di un trasportatore intermediario ovviamente produce una lievitazione del prezzo finale del prodotto ma spesso risolve molti problemi di “garanzia delle consegne”. La funzione di “costituzione della fiducia” viene attribuita, nel nostro caso, al produttore, proprio per il rapporto diretto con che si viene ad instaurare con il consumatore, diversamente da quello che accade quando il contatto diretto avviene solo tramite il negoziante (che si fa garante del produttore). Un’altra funzione importante è quella della promozione (comunicazione e intermediazione tra produttori e consumatori), è fondamentale in questo far sentire al consumatore che fa parte di un progetto. Ultima e non ultima funzione da considerare è quella del consumatore consapevole che non è come quella del consumatore che va al supermercato quando gli serve qualcosa, il consumatore critico e consapevole deve imparare a gestire le scorte e a prevedere con largo anticipo le necessità.
Una domanda riassume un’altro punto focale: se accade qualcosa (es. avversità metereologiche) e la produzione ordinata non arriva alla consegna, che cosa si fa? Chi si assume il rischio? In un giusto percorso di sviluppo sociale, inizialmente vi è da parte del produttore l’assunzione di tutti i rischi, in seguito (sensibilizzazione, miglioramento dell’organizzazione, nuovi accordi ecc.) anche gli eventuali intermediari e i consumatori consapevoli si dovrebbero assumere le proprie responsabilità su una parte del rischio che viene solidarmente ed equamente condiviso fra tutti.
Il buon funzionamento del sistema distributivo è di fondamentale importanza per la PDO; la presenza e il funzionamento assodato della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) è uno dei più grossi punti di criticità per tutti coloro che sono intenzionati a creare qualcosa di alternativo. Ci dobbiamo rendere conto, prima di tutto, che non esiste un unico modello vincente che sia genericamente proponibile; ogni realtà, filiera, località, cultura ecc. ha delle carattereristiche proprie che sono imprescindibili e devono essere tenute in considerazione.
Un primo passo importante è proprio quello di uscire dal MODELLO UNICO del sistema distributivo della GDO a partire dalle filiere, in particolare ci riferiamo alla necessità di creazione e coordimamento delle MICROFILIERE.
Perndiamo come esempio la filiera del tessile (es.progetto felpe GAS) e la necessità di collegare le attività dei confezionatori tessili con quelle dei produttori delle materie prime; in questo specifico caso le materie prime provengono dal commercio equo in quanto la produzione di fibre tessili in Italia non è assolutamente sviluppata.
I produttori di pomodori, bene o male, li possiamo trovare nei campi poco fuori della città, per i prodotti tessili non è così. I problemi delle FILIERE NON ALIMENTARI sono diversi da quelle alimentari, è necessario prendere in considerazione il fatto che i prodotti non alimentari devono rispondere ad esigenze di consumo notevolmente più complesse ad esempio l’IDENTITÀ (una felpa può piacere o non piacere e da una identità specifica a chi la indossa). Anche i LIVELLI DI CONSUMO sono ben diversi, come ad esempio il ciclo di vita di un prodotto. Per questi prodotti è necessario aggregare il più possibile la domanda (serve produrre degli stock consistenti) e questo richiede, tendenzialmente, un allargamento del concetto di territorialità e di prossimità. La MASSA CRITICA dei consumatori (GAS) è un parametro di fondamentale importanza cioè il numero di persone coinvolte, così anche la quantità di merce richiesta (LOTTI MINIMI), il coordinamento di una socio-territorialità allargata e la gestione degli stock. Come già detto in precedenza è necessario uscire dall’attuale logica della GDO e dei Marchi (i costi lievitano enormemente se c’è una “firma”), in particolare è necessario svincolarsi dalla LOGICA DEL TERZISTA (es. una azienda produce solo delle maniche, un’altra produce solo i bottoni ecc.); allo stesso tempo è necessario ritornare alla “logica imprenditoriale pura”, essere cioè imprenditori di se stessi rendendosi conto della complessità delle filiere considerate e della necessità di sfruttare al massimo la tecnologia disponibile.
Il valore aggiunto della distribuzione deve essere ridotto al minimo e le esternalità negative sono da contabilizzare il più possibile. Una necessità pratica è quella di uscire dal giogo della lobby dei trasportatori accorciando il più possibile le distanze “produzione-consumo”.
Un importante obiettivo di lungo periodo è quello di arrivare alla co-gestione della produzione, ad esempio arrivando all’autogestione delle fabbriche (es. in Argentina a seguito della crisi economica). Obiettivo di medio periodo è invece la sperimentazione del coordinamento delle funzioni strategiche ad esempio la produzione associata alla distribuzione.
Fra le varie componenti innovative nei processi logistici della PDO particolare interessanti sono: il prezzo sorgente, il prezzo trasparente e il prefinanziamento, il prezzo equo (come sono investiti gli utili), il “Km 0”, il “portafoglio equo” (potere di acquisto).
Il Prezzo sorgente viene associato al prezzo finale (sul prodotto abbiamo così due prezzi), ciò permette di individuare immediatamente qual’è stato il ricarico. Nel COSTO DEL LAVORO bisognerebbe tenere conto anche dei bisogni primari associati all’istruzione, all’alimentazione e alla sanità, ciò dovrebbe andare a sostituirsi all’utile. Altre parole chiave sono il Legame con il Territorio (locale, territoriale), l’autosussistenza e la rilocalizzazione.
Tramite la “logistica” è possibile superare la distanza geografica e quella temporale creando un nuovo equilibrio funzionale ai bisogni reali delle persone.
Nell’insieme dei mercati locali (cittadini e non) i consumatori si relazionano con i produttori in specifici luoghi, ma la relazione vi può essere sia perchè il consumatore va in azienda, sia con il processo contrario cioè il produttore fa le consegne a domicilio; la presenza dei GAS permette di ampliare e rendere più efficaci queste dinamiche di relazione. Immaginando l’insieme della PDO non è possibile ragionare solo in termini di produttori e GAS, il sistema di consumo e di produzione rappresentano un insieme complesso nel quale risulta emergente la realtà dei Distretti di Economia Solidale – DES. Ogni DES, congiuntamente ai GAS e ai produttori (ed eventualmente le Istituzioni Locali) si fanno garanti del funzionamento del sistema (selezione dei produttori, pianificazione e coordinamento, magazzinaggio ecc.) oltre che garanti dei prodotti (beni o servizi) immessi in tale sistema. Non bastano i consumatori critici e consapevoli, è necessario che critici e consapevoli lo siano anche i produttori e per arrivare a questo la struttura dei GAS non è sufficiente, serve arrivare ai Distretti: passare dalla logica dei GAS a quella dei DES è fondamentale.
Particolare importanza possono assumere nel contesto del DES le MONETE SOCIALI LOCALI COMPLEMENTARI, in specifico i Buoni Ambientali Locali Solidali (es. modello SCEC così come proposti dall’associazione Arcipelago Moneta). Tali strumenti rappresentano, per il sistema di funzionamento ideato, un primo passo verso un reddito di cittadinanza (sono distribuiti periodicamente in modo equo e gratuito e sono senza interessi), contribuiscono concretamente a produrre un “risparmio di reddito” in base al grado di acettazione e della capacità dei singoli di spenderli, rappresentano un patto sociale fra produttori e consumatori sancito a livello distrettuale (aumento della Coesione Sociale), contribuiscono ad aumentare la “competitività” di coloro che gli accettano in pagamento e fanno aumentare il “potere di acquisto” di coloro che li utilizzano, creano un sistema di fidelizzazione preferenziale per beni e servizi di interesse dell’ES, consentono di legare una parte della ricchezza prodotta in un dato territorio da una popolazione impedendone il prelevamento e lo spostamento verso altri luoghi e realtà, sviluppano una dimensione squisitamente locale, contrastano potentemente il sistema neoliberale senza creare grandi scompensi, rappresentano un primo passo verso una Sovranità e Sicurezza economica locale, consentono la rivitalizzazione dell’economia locale, sono utilizzabili come anticipazioni e per aiutare aziende e singoli cittadini in difficoltà (es. sovraindebitamento); i Buoni sociali appartenenti ad un DES rappresentano oltremodo una garanzia di qualità del processo produttivo, della qualità dei beni prodotti o servizi erogati.